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Mercoledì, 22 Novembre, 2017

Fuori le arance italiane dentro quelle africane.LUE massacra nuovamente il sud Italia nel silenzio di media e politica

Notizia del 27/02/2017

La concorrenza sleale del Nord Africa e i burocrati Ue hanno trasformato gli aranceti siciliani in cimiteri.Fuori le arance italiane dentro quelle africane.

Piana di Lentini (Siracusa) – Nel cimitero delle arance abitano solo mosche e api. C’è un ronzio implacabile tra le foglie degli alberi e la polpa marcia brucia al sole come una ferita. La buccia è maculata, arancio e grigia, o spianata e bruna, quasi assorbita dalla terra. Sono abbandonate nell’erba, distese a perdita di sguardo.

«Tra due anni qui non ci sarà più niente», è la drammatica previsione di Angelo Cuniglione, produttore di arance e limoni. Da quando aveva tredici anni gli è saltato in testa di recuperare l’azienda di famiglia fallita e ora con la BigFrù guida una quarantina di operai su sessanta ettari di coltivazioni di arance e limoni.

Oltre il 30% degli agrumeti nella piana di Catania è abbandonato. Non ci sono i soldi nemmeno per raccogliere le arance: le enormi, succose arance della Sicilia rimangono sugli alberi, appassiscono e rotolano a terra, disegnando una scia colorata razziata da sole, vento e animali, lungo infiniti ettari di aziende agricole, come palline da tennis sparate a casaccio. Le responsabilità del disastro sono di tanti: dalla concorrenza dei Paesi africani (Tunisia e Marocco) alle politiche dell’Ue che causano molti danni alla nostra economia.

LA GRANDE SVENDITA
È un mercato in perdita. Le spese di produzione superano del doppio i ricavi di vendita. Un tracollo. Per chi raccoglie, ai 20 centesimi del costo di produzione bisogna aggiungerne 18 per le fasi successive fino alla lavorazione e alla selezione dei calibri. E anche per le aziende che imballano e spediscono i frutti – qui sono altri 45-50 centesimi al chilo -, i ricavi sono nulli se non per le arance di grosso calibro, le 72, che si vendono a 90 centesimi.

Al mercato all’ingrosso di Catania, uno dei più grandi del sud Italia, le arance siciliane vanno via a 70 centesimi al chilo, addirittura a 50 al mercato del pesce del porto: c’è un angolo, lungo gli archi della Marina, dove sono esposte su assi ballerine poggiate su cassette di plastica. Qualche volta anche sui cofani delle macchine. Quando i venditori abusivi vedono le telecamere i vigili li fanno spostare, altrimenti li lasciano fare. «Spesso sono arance razziate dai campi», ci spiega Giovanni Pappalardo, responsabile Coldiretti della città etnea. Sono prese da quelle aziende agricole dove i frutti imputridiscono a terra. Chi è del settore parla di incursioni notturne che ancora continuano a opera di ambulanti senza autorizzazione. In altri casi, le arance non raccolte di bassa qualità sono vendute «a 5 centesimi dalla pianta», o addirittura regalate dai produttori, per pulire i campi.

IL PARADISO DISTRUTTO
Per arrivare all’agrumeto delle arance morte si lascia la strada da Ragusa a Catania prima di Francofonte, nella piana di Lentini, lì dove l’orizzonte è solcato dall’ombra del’Etna, oltre distese di serre di uva da tavola. Sembra impossibile che la regione degli agrumi che sembrano soli e dei pomodori più saporiti del pianeta abbandoni la sua ricchezza. La Sicilia si piega alla concorrenza famelica dei Paesi del Nordafrica, agevolati da dazi sempre più bassi (azzerati quelli dell’olio per la Tunisia), da accordi bilaterali vantaggiosi, come per il Marocco, e a un embargo russo alla Turchia che riversa così sull’Europa, e sull’Italia in particolare, ciò che un tempo prendeva la via di Mosca.

«Questa – ci spiega Angelo – è una terra dalle proprietà organolettiche eccezionali». Terra e acqua insieme, un miracolo della natura. Fino all’anno della disgrazia. «Non so se andremo avanti. Come noi molti altri». Suona come una resa definitiva.


Secondo un recente rapporto di Nomisma, dal 2000 a oggi gli italiani hanno rinunciato a 1,7 milioni di tonnellate di frutta, a un ritmo del -1 per cento ogni anno. Ma oltre a queste cifre non consolanti, la merce italiana, e quella siciliana in particolare, deve affrontare una concorrenza spietata: sfidare i prezzi irrisori della frutta e della verdura che arrivano da Paesi dove il costo della manodopera non supera i due-tre dollari l’ora contro i 6-7 euro di quella italiana, dove si produce con costi base molto bassi, che mette sul mercato merce contraffatta e spacciata per italiana, e infinitamente meno soggetta a controlli. «Non abbiamo la minima idea di quello che arriva da fuori», spiega Mario Guidi, presidente nazionale di Confagricoltura, in macchina durante una lunga ispezione in Sicilia, tra le melanzane e i pomodori abbandonati nella zona di Punta Secca e le arance calpestate dal sole lungo la strada per l’aeroporto di Fontanarossa: i frutti appassiti e non raccolti cadono addirittura sull’asfalto della Statale, ci mostra Sandro Gambuzza, ex presidente di Confagricoltura Ragusa e guida nello strazio della Sicilia. «La verità – ammette Guidi – è che l’Expo per noi è stato un danno perché ha distratto la classe politica per un anno».


L’APPARENZA INGANNA
«L’arancia era rimasta sempre lì, su quell’armadio – indica Angelo nell’ufficio della sua azienda di Francofonte – all’interno si era asciugato, ma fuori era rimasto bellissimo. È rimasto qua quattro mesi, sempre bello e marcio». Sta parlando di un arancia marocchino comprata in un bar a Torino. Non c’era l’etichetta. «Ma per il periodo in cui eravamo non poteva essere italiano e si vede dal tipo di qualità». Sono luminosi e resistenti all’esterno, ma «se li vai a odorare si sente proprio il medicinale all’interno. Sono sostanze cancerogene, ma nessuno fa i controlli». Soprattutto nei porti, dove sono pressoché inesistenti: «Da un’indagine recente che abbiamo svolto – continua Guidi – mentre il prodotto nelle aziende agricole è stra-verificato, quello di importazione no». Il presidente della Coldiretti Sicilia, Alessandro Chiarelli, la spiega così: «Nei porti la merce non può essere controllata camion per camion». E questo comporta dei rischi anche per la nostra salute. Ad esempio, nei Paesi del Maghreb a forte esportazione di ortofrutta «vengono usati pesticidi che non sono più utilizzabili in Europa. I nostri sono biodegrabili». E ovviamente costano molto di più. La grande incognita sono i residui. La concorrenza è dunque non arginabile non solo per le differenze sulla manodopera, ma anche sui prodotti utilizzati.

LE FINTE ARANCE ITALIANE
Ma come in ogni crisi le cause sono molte. Ci sono bandi europei fermi. Spiega Guidi: «Se un datore di lavoro paga in ritardo i contributi all’Inps scattano le sanzioni. La Sicilia da due anni non pubblica il piano di programma rurale 2014-2020». Ci sono «gli speculatori», come li chiama il presidente di Confagricoltura Siracusa, Massimo Franco: «Attaccano un’etichetta italiana, ma dentro la cassetta non c’è quello che loro dicono. Patate, meloni, angurie: succede frequentemente». C’è una contraffazione sotterranea creata con un mescolamento di prodotti italiani, più cari alla produzione, con quelli che arrivano da altri paesi del Mediterraneo, soprattutto arance e pomodori.

Secondo uno studio della Coldiretti, all’estero sono falsi due prodotti dell’agroalimentare italiani su tre, e quindi due terzi di un mercato da 60 miliardi di euro sarebbero frutto di contraffazioni. Proprio in queste settimane è in corso un dibattito intenso sia a Bruxelles che a Roma per definire finalmente regole certe sulla tracciabilità: «Ma chiediamo che valga non solo per i Paesi europei, anche extra Ue», precisa il responsabile dei coltivatori diretti di Siracusa e Ragusa, Pietro Greco. Sulla merce dovrebbe essere scritto tutto: Paese, regione e azienda di provenienza.

Da queste parti nel sentire «Mogherini», i produttori saltano come tappi: «La cosa paradossale – rimugina Massimo Franco – è che la Mogherini, dietro la scusa di proteggere la Tunisia, unica democrazia del Nordafrica, ha concesso aiuti per l’esportazione dell’olio, quando la Tunisia è il principale esportatore di olio del mondo».

A CASA DI MONTALBANO
Quello che manca in Italia è la capacità di mettersi insieme. Solo in questo modo si potrebbero imporre prezzi diversi all’industria, più controlli sulle merci e più aiuti dal governo, ragiona Angelo di BigFrù, «sul modello della Spagna», dove le esportazioni di frutta vanno forte, e i costi di produzione sono inferiori proprio per maggiori agevolazioni statali. Hanno provato a unirsi una trentina di «colleghi» di Santa Croce Camerina (Ragusa). Queste zone ormai note più per le ambientazioni di Camilleri e per la cronaca nera (Santa Croce è il paese dove è stato ucciso il piccolo Loris Stival) provano un’ultima scommessa. Guglielmo Occhipinti, portavoce di questa nuova testuggine di produttori, racconta l’idea del nuovo marchio Primizie di Montalbano, promosso dal Comune: «In tanti Paesi si muore di fame e noi abbiamo le arance a terra. Qui non moriamo ancora di fame ma non abbiamo più soldi. Basta puntarci il dito l’uno contro l’altro». Ma solo la politica può riportare un equilibrio: si devono sbloccare i bandi europei 2014-2020, porre mano alla legge sulle etichettature. Tutto ancora troppo a rilento. «Occorre fare sinergia creando una sola figura che venda il prodotto», invita anche Guidi di Confagricoltura di fronte agli associati riuniti nel teatro di Donnafugata di Ragusa. «Abbiamo scritto al commissario Mogherini tante volte, ma i suoi uffici non si sono mai sognati di rispondere». E il leader dei Forconi, Mariano Ferro, grida: «Siamo trattati come merce di scambio con la Tunisia».

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